UNIVERSITA’, RICERCA E AMBIENTE

Rubrica “Ambiente, transizione ecologica e sviluppo sostenibile” a cura di Gianfranco Tamburelli

Articolo tratto da www.informazionequotidiana.it

Tutela dell’ambiente, sviluppo sostenibile e lotta ai cambiamenti climatici sono temi sempre più importanti per i giovani e le università italiane, anche nell’ambito degli studi giuridici. In particolare, nei settori del diritto internazionale e del diritto dell’Unione europea queste tematiche hanno assunto in questi anni crescente rilevanza.

Prof. Colacino, quale ruolo svolgono le università nella definizione e nell’attuazione delle attività volte alla tutela dell’ambiente e allo sviluppo sostenibile?

Attualmente, la tutela dell’ambiente, lo sviluppo sostenibile ed il tema dei cambiamenti climatici rappresentano priorità nelle politiche globali e regionali delle principali organizzazioni internazionali. Questo si riflette anche in termini di opportunità di finanziamento per la ricerca, dove le università possono svolgere due ruoli differenti. In primo luogo, possono contribuire alladiffusione di competenze, favorendo il convergere degli interessi finanziari degli attori istituzionali e del settore privato nazionali con le politiche di transizione verde adottate a livello internazionale. In secondo luogo, considerato che le politiche adottate da tali organizzazioni internazionali a volte prevedono opportunità di accesso diretto a risorse finanziarie, le università possono contribuire a innovare l’offerta formativa, ridefinendo o introducendo nuovi corsi di lauree magistrali, master, dottorati.

Si prenda ad esempio il Green Climate Fund (CGF) previsto nell’Accordo di Parigi del 2015. Questo Fondo, finanziato principalmente dai Paesi industrializzati, sostiene progetti di cooperazione internazionale nei Paesi in via di sviluppo per permetter loro di raggiungere concordati obiettivi di mitigazione e adattamento climatico. La pianificazione, la progettazione e l’attuazione di tali progetti di cooperazione è svolta da diversi attori strategici (il settore privato, le NGO, istituzioni locali, regionali ed internazionali, ecc.) e le conseguenti attività godono di diverse modalità di finanziamento agevolato, se coerenti con le linee guida dettate dal Fondo. In tale contesto, l’Università contribuisce alla diffusione delle policies ambientali e delle procedure di accreditamento finanziario. Questo contributo delle università può tra l’altro agevolare il coinvolgimento del settore privato nel processo di transizione ecologica globale, con riflessi di carattere produttivo ed occupazionale di rilievo.

Lei lavora in collaborazione con colleghi di altre università e centri di ricerca italiani e stranieri per lo sviluppo di progetti di ricerca e alta formazione.Quali sono le opportunità di finanziamento previste dai programmi europei e dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)?

Le opportunità di finanziamento per le università italiane in materia di ambiente, clima e sviluppo sostenibile sono numerose. Ne sono un esempio i programmi Horizon ed Erasmus + Programmepromossi dalla Commissione europea, oltre che le misure interne attuative del PNRR, che dedica la sua Missione n. IV all’istruzione ed alla ricerca.

Il programma Horizon, dotato di oltre 14 miliardi di euro, favorisce la ricerca e l’innovazione svolta dalle Università per rispondere adeguatamente alle sfide globali, inclusa la transizione ecologica e la risposta ai cambiamenti climatici. Tra le priorità strategiche del Programma rientrano l’esigenza di ripristinare gli ecosistemi e la biodiversità in Europa, la gestione sostenibile delle risorse naturali, la neutralità climatica, la sicurezza alimentare e la tutela di un ambiente pulito e soddisfacente. Le Università possono richiedere il finanziamento di progetti di ricerca, anche in regime di co-progettazione tra loro e con partner di diversi Stati membri.

In termini parzialmente analoghi, tra le priorità presenti nel programma Erasmus + Programme troviamo ‘Environment and Fight against Climate Change’, in cui si riconosce il ruolo chiave delle università nella formazione degli studenti e della comunità rispetto alla costruzione delle competenze per la transizione ecologica europea e il conseguimento della neutralità climatica. Il programma ribadisce la centralità dell’ambiente e della lotta al riscaldamento globale, elementi che rappresentano un presupposto per la selezione dei progetti. In tutti e due i casi – Horizon e Erasmus + – il progetto viene valutato in relazione alla sua capacità di sviluppare strategie, metodologie, competenze settoriali verdi, curricula orientati al futuro ed iniziative in materia di sostenibilità. Le Università collaborano con le organizzazioni non governative, la società civile e le istituzioni pubbliche per dar forma e attuare le strategie prioritarie.

Infine, il PNRR prevede tra le sue missioni ‘l’istruzione e ricerca’, finanziata con oltre 11 miliardi di euro. Tale missione intende promuovere un miglioramento qualitativo ed un ampliamento quantitativo dei servizi di istruzione e formazione, compresa la riforma dei corsi di dottorato (e prevedendo l’scrizione, nell’arco di 3 anni, di 500 dottorandi a programmi dedicati alle transizioni digitale e ambientale), verso modelli innovativi di partnership rafforzata tra università e imprese. In attuazione del PNRR, il Decreto Ministeriale 10 agosto 2021, n. 1062, ha già previsto la riprogrammazione del PON – Ricerca e innovazione 2014-2020, con uno stanziamento di 155 milioni di euro per contratti di ricerca e dottorati che abbiano per oggetto esclusivo tematiche Green.

Professor Colacino, lei è un giurista e uno studioso del diritto internazionale. Nei suoi studi si è occupato di diritto di accesso alle informazioni in materia ambientale e del rapporto tra tutela dell’ambiente e diritti umani. Qual è la rilevanza assunta dalla tutela dell’ambiente e dalle tematiche collegate nello studio del diritto internazionale?

La disciplina complessa, disorganica e frammentaria della tutela dell’ambiente rappresenta una questione centrale nell’attuale diritto internazionale. Gli studi accademici e la giurisprudenza delle corti internazionali e interne, così come l’azione di impulso posta in essere da organizzazioni non governative e associazioni di avvocati, hanno avuto un ruolo fondamentale nell’accertare i principi e le norme a carattere generale (di natura consuetudinaria) in materia ambientale. Si pensi, ad esempio, al divieto di inquinamento transfrontaliero o agli obblighi di prevenzione, di informazione e consultazione in caso di danni ambientali.

Altri principi progressivamente affermatisi negli atti c.d. di soft law (dichiarazioni, risoluzioni, etc.) e negli accordi internazionali sono quelli di prevenzione, valutazione di impatto ambientale e sviluppo sostenibile, per i quali fondamentale punto di riferimento rimane la Dichiarazione di Rio de Janeiro del 1992. Lo stesso si può dire del principio della ‘responsabilità comune, ma differenziata’ degli Stati, presente nell’Accordo quadro sui cambiamenti climatici del 1992 e ribadito nell’Accordo di Parigi del 2015.

Anche i cc.dd. principi di «democrazia ambientale», sanciti nel principio 10 della Dichiarazione di Rio e codificati qualche anno dopo nella Convenzione di Aarhus sul diritto di accesso alle informazioni, la partecipazione ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia di ambiente, appaiono fondamentali per la promozione della tutela e della salvaguardia dei beni ambientali, in particolare quelli che incidono sul godimento della vita privata. È interessante notare che nella Convenzione di Aarhus figura inoltre una disposizione ancora troppo poco utilizzata, che obbliga gli Stati a informare il pubblico in tutti i casi in cui sia configurabile una seria minaccia all’ambiente o alla salute umana. Un’interpretazione estensiva di tale disposizione da parte della giurisprudenza potrebbe condurre a una maggiore trasparenza nella gestione delle emergenze ambientali.

La tutela dell’ambiente e lo sviluppo sostenibile hanno ricevuto grande impulso dalla giurisprudenza internazionale regionale, che ha progressivamente affermato l’esistenza del diritto al godimento di un ambiente salubre e sostenibile; possiamo affermare che ciò è avvenuto anche grazie alle modalità di interpretazione di norme rilevanti poste in trattati internazionali sui diritti umani?

Certo, ad esempio nel caso degli Ogoni, una popolazione indigena residente nel delta del Niger i cui territori erano stati requisiti dal governo nigeriano per consentire lo sfruttamento di giacimenti petroliferi da parte di una multinazionale, la Commissione africana sui diritti dell’uomo e dei popoli ha fatto ricorso all’art. 24 della Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli, che definisce il diritto ad un ambiente sano come diritto della collettività, oltre che dell’individuo, richiamandone l’importanza per le generazioni presenti e future (sviluppo sostenibile).

Anche la Corte europea dei diritti dell’uomo ha sviluppato nel corso degli anni una sua giurisprudenza in materia di tutela dell’ambiente, da ultimo nel caso Cordella c. Italia del 2019, relativo all’Ilva di Taranto. Il diritto umano ad un ambiente salubre qui assume rilievo soprattutto in presenza di attività pericolose o di disastri ambientali e la sua base giuridica si rinviene negli artt. 2 e 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che tutelano il diritto alla vita ed al rispetto della vita privata e familiare.

Infine, nel caso Lhaka Honhat Association c. Argentina del 2020, la Corte interamericana dei diritti umani ha riconosciuto il diritto ad un ambiente sano e soddisfacente ricavandolo dall’art. 11 del Protocollo addizionale alla Convenzione americana dei diritti umani. Secondo la Corte, il godimento di tale diritto può incidere anche sul diritto di accesso all’acqua e ad una alimentazione adeguata delle comunità indigene.

La Corte europea dei diritti dell’uomo opera nell’ambito del Consiglio d’Europa, organizzazione diversa dall’Unione europea, che dal suo canto tende ad assumere un ruolo guida nell’azione internazionale in materia di ambiente e sviluppo sostenibile. Oltre agli impegni assunti con l’Accordo di Parigi del 2015, l’UE sembra stia accelerando nella definizione di ulteriori e ambiziosi obiettivi, come dimostrato dal Green Deal europeo.

Sì, tale azione delle istituzioni europee trova fondamento nei trattati dell’Unione. In particolare, l’art. 11 del Trattato sull’UE (TFUE) richiede di integrare le esigenze di tutela dell’ambiente nelle politiche e nelle azioni dell’Unione, promuovendo lo sviluppo sostenibile. Ciò che sta assumendo un rilievo crescente nelle relazioni internazionali, nel diritto internazionale e nel diritto dell’UE è il tema di cambiamenti climatici. L’Accordo di Parigi del 2015 ribadisce il rapporto tra ambiente, cambiamenti climatici e sviluppo sostenibile e si caratterizza per la previsione di obiettivi di mitigazione, adattamento e finanziamento: la mitigazione volta alla riduzione del livello globale di emissioni di greenhouse gas al fine di mantenere l’incremento di temperatura al di sotto del valore di 2° C, tendente a 1.5° C, richiede la determinazione di contributi volontari di riduzione a livello nazionale; l’adattamento richiede invece l’adozione di strategie, progetti e azioni per una maggiore resilienza rispetto all’impatto presente e futuro dei cambiamenti climatici. Naturalmente, i due obiettivi di mitigazione e adattamento possono essere raggiunti solo attraverso il finanziamento dei progetti di cooperazione internazionale nei Paesi in via di sviluppo che permettano a tali Stati di rispettare i loro impegni in materia.

Quanto detto impone una prima conclusione: la tutela dell’ambiente, lo sviluppo sostenibile e il tema dei cambiamenti climatici rappresentano il terreno fertile per uno sviluppo progressivo del diritto internazionale. In questo contesto, la ricerca e quindi le università e i loro partner, possono rappresentare un canale fondamentale per il consolidamento e la disseminazione del diritto ambientale, influenzando le istituzioni pubbliche e i numerosi attori coinvolti nella loro attuazione.

È certamente così e la trasversalità e la centralità del dibattito sui cambiamenti climatici emergono anche dall’evolvere di attività e studi su altre problematiche. Ad esempio, la Commissione di diritto internazionale delle Nazioni Unite ha recentemente riaffermato i principi generali in materia ambientale e l’importanza degli obiettivi di mitigazione, adattamento e cooperazione internazionale per il clima nelle sue Draft Guidelines on the Protection of the Atmosphere del 2021.

Ancor prima dell’adozione di tali linee guida, il Comitato sui diritti umani, nel parere del 7 gennaio 2020 relativo al caso Teitiota c. Nuova Zelanda, aveva ritenuto che l’impatto dei cambiamenti climatici potesse incidere sul godimento del diritto alla vita e sul diritto a non esser sottoposti a trattamenti inumani e degradanti, determinando in questi casi un obbligo di non respingimentodel migrante climatico. Tale parere non vincolante è stato recepito dalla Corte di Cassazione italiana nella sentenza del 24 febbraio 2021. Nello specifico, il giudice di legittimità ha ammesso la possibilità di riconoscere la protezione umanitaria in ipotesi di migrazioni dovute a disastri ambientali causate dall’impatto dei cambiamenti climatici.

Professore cosa pensa del cd. contenzioso climatico all’interno dinumerosi Stati, sulla scia della sentenza della Corte suprema olandese nel noto caso Urgenda.

Nel caso Urgenda, il giudice olandese ha richiamato il diritto interno, gli obblighi internazionali e la CEDU, accertando l’inadeguatezza della legislazione nazionale rispetto agli obiettivi di mitigazione e adattamento assunti in materia climatica. Iniziative analoghe sono state promosse in Francia,in Belgio,in Irlanda,in Norvegia. Anche in Italia pende davanti al Tribunale ordinario di Roma un contenzioso in materia climatica, con giusta enfasi soprannominato il «Giudizio Universale».In tutte queste ipotesi, i giudici nazionali hanno ricostruito gli impegni internazionali assunti sul clima da parte degli Stati in termini evolutivi e maggiormente stringenti.

Quali sono a suo avviso i risvolti in termini di public awareness e public engagement delle iniziative delle università italiane?

Il finanziamento dei progetti promossi dalle Università può determinare benefici per i destinatari diretti e per quelli indiretti coinvolti nella formazione universitaria. Nel caso dei progetti di ricerca in tema di dottorati Green, ad esempio, l’Università può sviluppare attività scientifiche innovative e di prestigio. Si tratta di definire profili professionali che possano rappresentare un capitale umano importante per la società, le istituzioni, l’economia, soprattutto per le competenze innovative utili al processo di transizione ecologica. Beneficiari sono poi gli stessi attori coinvolti nell’attuazione dei progetti finanziati o di ricerca. Ad esempio, un progetto in materia di tutela dei diritti umani in relazione al diritto ad un ambiente salubre, agli obiettivi di sviluppo sostenibile e a quelli di contrasto dei cambiamenti climatici richiede il coinvolgimento di organizzazioni non governative; funzionari delle istituzioni nazionali, regionali ed internazionali o della società civile (avvocati, giudici); membri di programmi, agenzie o istituti specializzati delle Nazioni Unite o di altre organizzazioni internazionali; membri del settore privato produttivo o finanziario. Questi attori avrebbero modo di esprimere le loro esigenze e valorizzare le loro competenze specifiche. Questo permetterebbe loro di consolidare capacità di comunicazione e di fare rete e di incrementare la qualità della formazione finale promossa (migliori performance educative, culturali e di sviluppo). Fruitori del progetto non sono solo i numerosi attori direttamente coinvolti, ma anche tanti soggetti esterni e ciò avviene anche attraverso la pubblicazione di articoli open source o l’organizzazione di eventi aperti al pubblico. Tali attività ricevono ormai per prassi ulteriore diffusione mediante l’uso dei social network e la traduzione in varie lingue dell’Unione. Inoltre, i risultati conseguiti nell’attività di ricerca sono destinati a rimanere accessibili anche dopo la conclusione delle attività.

Il Prof. Nicola Colacino.

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